Lavorare Viaggiando

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E se il lavoro diventasse una cosa da fare, invece che un posto dove andare? Poterlo mettere in valigia, e portarlo con noi ovunque sentiamo il bisogno di andare.

In momenti di crisi economica il tema lavoro, inteso come sostentamento, diventa facilmente molto popolare. L’Italia è culturalmente un paese che fatica ad innovarsi, ad abbracciare nuove tecnologie (a parte i cellulari), a cambiare la visione del paradigma “quantità vs. qualità”. Avendo il privilegio di osservare il mio paese dall’estero, mi accorgo di come il sistema lavorativo Italiano sia arretrato in termini di qualità, flessibilità, etica e professionalità.

Con questo non voglio assolutamente dire che non ci sia talento nel nostro paese, anzi il contrario!

Per scelte personali e professionali ho vissuto e lavorato negli Stati Uniti, Belgio e adesso sono di base a Londra. Sono entrato in contatto con realtà internazionali che mi hanno mostrato come il lavoro possa essere diverso da come lo conosciamo. Piccoli ma significativi esempi: fuori dall’Italia non ho mai avuto un cartellino con cui timbrare entrata e uscita, ho sempre avuto la possibilità di lavorare con orari flessibili o da casa, non sono mai stato trattato come un “sottoposto” dal mio capo.

Gli Italiani nel Mondo fanno parte dell’eccellenza non solo nel campo del design/moda/lusso ma anche nella scienza. Lo stereotipo “pizza e mandolino” purtroppo resta a causa della politica degli ultimi vent’anni che ha trasmesso all’estero un’immagine del nostro paese che disgraziatamente mostra solo i difetti e non i tanti pregi. Ma questo viene presto cancellato dalla professionalità e preparazione che sappiamo mostrare quando ci viene data la possibilità. Tutti i laureati che vengono malamente sbattuti tra uno stage e l’altro in Italia, trovano facilmente posizioni di prestigio all’estero. Ed è tanta la voglia di riscatto verso un sistema che non gratifica l’impegno ma cerca solo di sfruttare.

Le nuove tecnologie hanno aperto le porte a nuove opportunità, permettendo di scoprire realtà prima inaccessibili. La professionalità che prima era geograficamente confinata adesso è libera di viaggiare sulla rete. Si parla tanto di “nomadi digitali“, questa nuova forma di lavorare utilizzando le tecnologie del Web.

Nomadi digitali sono individui che sfruttano le tecnologie digitali per svolgere i loro lavoro, e più in generale conducono una vita più o meno nomade. Questi lavoratori in genere lavorano in remoto da casa, caffè, biblioteche pubbliche e in generale ovunque sia disponibile una connessione Internet per svolgere compiti  che già svolgevano tradizionalmente in un unico posto di lavoro fisso.

Liberarsi dall’ufficio è sicuramente un concetto affascinante, anche per quelli che non amano viaggiare. Il poter evitare il giornaliero tragitto casa-lavoro, la non-flessibilità degli orari e anche la convivenza quotidiana con colleghi che possono piacere (o no) ma che comunque non possiamo cambiare. In questa bella immagine ci sono però anche aspetti negativi da tenere in considerazione: la mancata interazione sociale, il fatto di non avere un collega su cui contare in caso di bisogno, il dover mostrare qualità nel proprio lavoro visto che la presenza in ufficio è stata eliminata.

nomadi digitali

Dimenticando la tipica immagine del lavoratore in spiaggia con laptop e cocktail in mano, la mia personale visione è la seguente:

  • Nomade: non essere legati ad uno specifico luogo di lavoro, se non sporadicamente.
  • Digitale: lavorare sfruttando le tecnologie del Web per eseguire il proprio lavoro.

Quindi per essere nomadi digitali non è un requisito l’essere “freelance” ma l’essere “free”! Lo scopo, a mio parere, non è liberarsi dal capo o da una gerarchia aziendale ma riappropriarsi del proprio tempo in termini di flessibilità e mobilità. Nomadi digitali sono ovviamente anche i freelance che decidono di “mettersi in proprio” ma che in qualche modo non possono prescindere da clienti che paghino per il lavoro svolto.

Si può essere nomade digitale impiegato o freelance, ognuno con i pro e contro del caso. Un impiegato deve comunque sottostare a regole aziendali che ne limitano la libertà ma gode di privilegi quali ferie pagate e garanzie di uno stipendio fisso. Un freelance dispone di libertà totale ma anche meno certezze in termini di guadagni e sicuramente si ritroverà a lavorare molto di più a fronte di profitti più limitati.

Poi magari ci si accorge di essere stanchi della tecnologia che controlla la nostra vita. Computer, telefoni cellulari, social networks e Google che ha talmente tanta voglia di “aiutarci” da sembrare a volte voglia decidere al posto nostro. A quel punto non resta che mollare tutto e partire lasciando a casa tutta la tecnologia, che per fortuna il Mondo è grande e spazio dove non essere connessi continua ad esserci. Ma questa è storia vecchia, lo stesso Chatwin lasciò il suo lavoro di esperto d’arte per cominciare a viaggiare, per poi non fermarsi più!

Leggi le storie di quelli che lavorano viaggiando:  www.cambio-vita.com/category/lavorare-viaggiando/

O di quelli che decidono di cambiare vita:  www.cambio-vita.com/category/cambiare-vita/

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Valerio Plessi - Viaggiatore, fotografo e adesso anche blogger. Ho studiato e lavorato in Belgio e Stati Uniti ma adesso la mia base è Londra. Ho viaggiato in 45 paesi sempre in maniera indipendente, tra cui 14 mesi zaino in spalla dal Messico fino all'Argentina. Mi piace scrivere di viaggi e stili di vita alternativi.

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comments

7 Comments

  1. Alberto says:

    A 44 anni, finto freelance, è il mio grande progetto per il futuro (prossimo?): vendere casa in città, affrancarmi dall’ufficio, fare base in una nuova casa in montagna/campagna e rendermi abile a lavorare anche in viaggio.

  2. Ciao Valerio,
    sono Alberto Mattei, fondatore del progetto Nomadi Digitali.

    Ti ringrazio di cuore per la citazione per la citazione nel tuo interessante articolo.

    Sono d’accordo con te quando sostieni che occorre mettere da parte l’immagine del nomade digitale che lavora in spiaggia con laptop e cocktail in mano. Forse più per evitare di fraintendimenti che per altro.

    Questo è uno stereotipo, un’immagine, che serve però a evidenziare il concetto di base: “nomade digitale” è colui che, sfruttando le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, si è guadagnato la libertà di poter vivere e lavorare ovunque…

    Sono meno d’accordo con te quando sostieni la mancata interazione sociale, il fatto di non avere un collega su cui contare in caso di bisogno. Per esperienza personale ti dico che è esattamente il contrario.

    E’ proprio l’opportunità di poter di “lavorare spostandosi” che rende possibile sfruttare nuove ed eccezionali forme di socializzazione e cooperazione, fatte sopratutto di incontri reali, oltre che virtuali, con persone, collaboratori e colleghi che siamo noi a scegliere e non a subire passivamente….questo è un grande vantaggio che il lavorare, stando chiuso in un ufficio non potrà mai offrirti!

    Credo inoltre che, per chi sceglie di avvicinarsi al nomadismo digitale, sia fondamentale prima di tutto superare il vecchio concetto del lavoro, classificandolo semplicemente come autonomo, subordinato o dipendente. Il nomade digitale è prima di tutto imprenditore di se stesso, segue regole molto diverse rispetto a quelle del lavoro tradizionale…è spesso un freelance, un dipendente e un imprenditore allo stesso tempo!

    Riguardo la tecnologia, questa non è la cosa che controlla la nostra vita e decide al posto nostro, al contrario questo è solo uno strumento che ci permette di abbattere i muri che ci dividono. Ci permette di diffondere le nostre idee e il nostro lavoro, è un mezzo per trovare sinergie, per dare valore agli altri e per poterci creare una nostra sostenibilità, vivendo alle nostre condizioni. Le nuove tecnologie per noi non sono fini a loro stesse.

    Questo è il mio modo di vedere le cose, ho pensato giusto condividerlo.

    A presto e buon lavoro.

    Alberto

    • Ciao Alberto!

      Conosco bene il tuo sito che tra l’altro apprezzo molto, per questo ti ho twittato.

      In questo momento io lavoro da remoto circa il 90% del mio tempo, e ho provato sulla mia pelle cosa vuol dire svegliarsi la mattina con delle scadenze o telefonate importanti per scoprire che la connessione a Internet non funziona…panico! Proprio per questo la diffusione dell’immagine-marketing con il laptop in spiaggia (tra l’altro spesso in pieno sole, non si potrebbe leggere una sola riga!) va sfatata in quanto non credo sia veritiera almeno nel 95% dei casi reali.

      Riguardo ai colleghi, forse non mi sono spiegato bene. Intendevo dire che essendo freelance e non parte di un team/azienda, la responsabilità del lavoro è completamente sull’individuo. Certo si può cercare collaborazioni, networking, interazione sociale ma nell’immediato di una scadenza di lavoro se abbiamo un problema siamo noi a doverlo risolvere. E’ il bello/brutto dell’essere freelance immagino. Che poi uno si possa creare una rete di contatti nel proprio campo di lavoro questo è indubbio. Sono d’accordissimo nel fatto di poter scegliere chi ci circonda, ma questo non e fa automaticamente dei colleghi di lavoro affidabili e sempre disponibili.

      Sulla tecnologia sono d’accordo che abbia cambiato le nostre vite, tutto sommato in meglio. Però noto che ci stiamo talmente abituando ad essere più o meno sempre connessi che quando stacchiamo per un paio di giorni (quindi non rispondiamo a mail/social) quasi la gente comincia a chiedersi se siamo ancora vivi! Ovviamente in tono scherzoso, però succede che la nostra presenza online sia così radicata nella vita di tutti i giorni da non poterne prescindere (o quasi).

      Ti ringrazio per aver condiviso il tuo pensiero, e continua così col tuo sito che personalmente seguo da quando era solo una landing page e il contenuto veniva distribuito via e-mail! 🙂

  3. Claudia says:

    ciao Valerio io sono freelance da 12 anni, ma lavoro dalla scrivania di casa mia, quindi non sono “nomade”, al massimo nomadizzo dallo studio a qualche altra stanza della casa :-).. scherzi a parte, mi sono resa conto che quello che all’inizio sembrava un grande vanatggio (libertà, autonomia etc) magari dopo tanto termpo può iniziare a pesare. Non rimpiango la scelta, per carità, detesto anche solo il concetto di lavoro dipendente, però sento che avrei bisogno di maggiori interazioni, questo sì, parlo da un punto di vista professionale. É vero che ci sono gruppi su FB, Linkedin, etc con i quali interagire, ma secondo me il contatto vero con le persone è un’altra cosa. Anche il lavoro in remoto, rispetto alla clientela, hai i suoi vantaggi, ma mi sto sempre più rendendo conto che c’è molta gente che cerca di nuovo il contatto personale, che ti vuole parlare e vedere, e non solo via skype, per discutere dei proprio progetti e del lavoro. Secondo me è un cambiamento in atto. Per la “dipendenza” da Fb e da internet, sono completamente d’accordo, bisogna darsi dei limiti, altrimenti diventa devastante, io nel weekend cerco di non accendere il pc, anche se poi ci sono smartphone e compagnia bella sempre con te.. ciao!

    • Ciao Claudia,
      12 anni sono tanti e credo sia normale sentire che anche una cosa tanto voluta diventi poi la normalità. Io sono per il cambiamento: la noia secondo me è il risultato della perdita di motivazione e interesse verso ciò che facciamo. Io non sono contrario all’interazione reale (anzi!) ma non concepisco la cultura dell’ufficio Italiano dove chi resta più a lungo è sempre visto come il lavoratore migliore. Il tempo impiegato per fare qualcosa non è importante, ciò che conta è la qualità del risultato!

  4. Grazie a te Valerio per la tua risposta!

    Io credo più semplicemente che l’immagine del lavorare con un laptop in spiaggia, non necessita di essere sfatata.

    E’ solo uno stereotipo, e come tale per definizione, è una visione semplificata e largamente condivisa da un gruppo riconoscibile di persone accomunate da certe caratteristiche.

    Ti ho condiviso questo pensiero solo perchè in molti, sopratutto blogger di viaggio, in questo periodo si stiano accanendo nel cercare di smontare quella che è solo una caricatura….un particolare che ha già in sé un contenuto esagerato (da qui il termine..caricato).

    Riguardo il lavorare come freelance, ritengo che questa sia solo una delle possibili tipologie di attività che un nomade digitale può mettere in essere per crearsi una propria sostenibilità economica…ma non è l’unica,non è esclusiva!

    Quindi, a mio modo di vedere, non può essere considerato un tratto distintivo di questo stile di vita.

    Detto questo ti saluto affettuosamente e inizierò a seguire con interesse il tuo progetto.

    Spero che in futuro ci potranno essere opportunità di collaborazione…..A Distanza chiaramente!! 🙂

    Alberto

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